I maschi trascurati

pubblicato da Ticinosette #42 - 16.10.2015

Educazione sessuale. In famiglia sono solitamente le madri a occuparsi di spiegare e dare consigli soprattutto alle figlie, mentre sui figli maschi pesa sempre di più l'assenza paterna, una condizione che può generare difficoltà nella crescita.

I genitori sono la prima “agenzia” che dovrebbe occuparsi dell'educazione alla sessualità e all'affettività dei figli. Un compito da sempre difficile ma più che mai necessario in un momento storico che, secondo diversi esperti, si contraddistingue per almeno tre grandi cambiamenti. Il primo parte proprio dai genitori e dal mutamento della famiglia (madri sole, padri assenti, ecc.) la cui conseguenza, spiegano gli psicologi, sarebbe la tendenza di rendere i bambini sempre più degli “adulti”.

Vi è poi il grande consumo di internet e le forti e distorte sollecitazioni sessuali che veicola il mercato, la moda, la pubblicità. Il terzo fattore è biologico: l'abbassamento, scoperto di recente, della maturità sessuale anche nei maschi. Ma c'è di più. A questo mix di fattori sociali e ambientali si mescolano, secondo storici e sociologi, quelli culturali legati agli stereotipi dei ruoli di padri e madri. Sono le mamme o i papà che trattano di più l'argomento? Cosa cambia con una figlia o un figlio? Bambini e bambine ricevono entrambi un'educazione sessuale e con quali conseguenze?

Furto epocale
Nel 2012 alle scuole medie di Massagno è intervenuto lo psicoterapeuta Massimo Tassan Solet, specialista dell'infanzia, dell'adolescenza e della coppia genitoriale. La contraddizione della nostra epoca, disse, è che da un lato “la protezione del bambino è riconosciuta come mai in passato”, ma dall'altro “appare sempre più diffusa la tendenza a perseguire forme sempre più pervasive di 'adultizzazione' dei bambini, che violano (…) il 'diritto di essere bambino', di crescere seguendo tempi e tappe fisiologiche”. Tassan Solet parlò di una vera e propria “schizofrenia” per cui “vi è la tendenza ad accelerare la crescita dei bambini in nome di una precocità che dovrebbe renderli vincenti nell'arena sociale (...)”.

Leggendo varie fonti ci si accorge che il suo non è un appello isolato. La contraddizione è evidente: i bambini godono di importanti diritti ma proprio quello primario, la famiglia, è costantemente messo in crisi da genitori sempre di fretta, molto occupati nel loro lavoro, con poco tempo per i figli, se non da madri rimaste sole e da padri sempre più assenti. La psicologa Silvia Vegetti Finzi scrive che “sono rimasti i bambini ma è scomparsa l'infanzia. Ora si pone il compito di indagare sulle conseguenze di questo furto epocale”.

Gli stereotipi sessuali
Ma se è cambiata la famiglia perché sono cambiati i genitori, i ruoli di padri e madri sembrano ancora molto tradizionali. Sono proprio i genitori ad esercitare la pressione più forte sui figli, non parlando di educazione sessuale o trattandola secondo le proprie convinzioni. Nel primo caso, scrivono per esempio due sessuologi italiani, Jole Baldaro Verde e Marco del Ry, “un atteggiamento punitivo o restrittivo da parte dei genitori può portare il bambino a rinunciare alle attività autoerotiche” che sono un “precursore dell'attività sessuale adulta”, generando così sensi di colpa, nevrosi, rifiuto o persino forme di trasgressione e perversione sessuale da adulti.

Nel secondo caso, ci dice per esempio Alessandra Cristinelli del Centro di pianificazione familiare di Mendrisio, “il background culturale, i valori, le credenze, le esperienze personali, fanno sì che ogni famiglia tratti l’educazione affettivo-sessuale in modo diverso, differenziando se destinata a maschi o femmine”. In altre parole l'educazione sessuale in famiglia è anch'essa sessuata. “Gli stereotipi sociali e le credenze di ogni genitore (…) sono ancora presenti e permettono di mantenere e, possibilmente, valorizzare la differenza tra i sessi” afferma Pamela Borelli, sessuologa e psicoterapeuta a Lugano.

Se grazie ai giovani padri, sottolinea Cristinelli, “negli ultimi anni abbiamo notato che l’approccio delle famiglie (…) si sta unificando, cercando di trattare i temi indipendentemente dal sesso dei figli”, il compito ricade ancora molto sulla madre, ci confermano i nostri interlocutori. “Le donne sono più portate alla comunicazione verbale e alle confidenze, e non solo nell’ambito della sessualità” annota Borelli. Un sondaggio nazionale tra quasi 1'500 giovani tra i 12 e i 20 anni afferma: “le ragazze indicano la madre come persona di riferimento, i ragazzi rispondono 'nessuno'. Il padre è il riferimento principale soltanto per il 3% degli adolescenti, in prevalenza ragazzi”.

Insomma, se Cristinelli rassicura che le madri “chiedono la collaborazione dei mariti/partner quando vi sono figli maschi”, sembra un intervento ancora molto sporadico. E la tendenza, afferma il pediatra bellinzonese Paolo Peduzzi, è che “il colloquio con le ragazze viaggia con un minimo vantaggio. Ci sembra insomma più facile parlare a nostra figlia di quello che le succederà con il menarca (il primo flusso mestruale, ndr.), ma quanti di noi se la sentono di parlare di spermarca (la prima eiaculazione, ndr.) con il figlio? Se però ci pensiamo?”.

Educazione femminilizzata?
“La nuova educazione sessuale inventata dalle mamme femministe si rivolge soprattutto alle femmine” tuona la storica francese delle questioni femminili Yvonne Knibiehler. I figli maschi, dice, sono “un'altra inquietudine”, tanto che si chiede: “Come parlare ai ragazzi? Come aiutarli ad affrontare dei cambiamenti così sconvolgenti? Da parte loro, gli uomini, i padri non sono affatto preparati. L'identità maschile vacilla”. È indubbio che il lungo e sfaccettato percorso del femminismo, con le sue importanti conquiste (libertà sessuale, contraccezione, ecc.), abbia influito sulla percezione e, soprattutto, sull'impostazione dell'educazione sessuale nella società.

Una maggiore attenzione alle femmine la si può notare anche nella ricerca scientifica: la maggior parte degli studi interessa perlopiù le ragazzine e il rapporto con le madri. Quelli sui maschi e i padri sono recenti. Recenti studi rivelano che l'educazione sessuale tra i figli maschi e i papà è molto carente o persino inesistente. Sulla base di parecchia letteratura le due psicologhe Marina Epstein e L. Monique Ward, affermano che “rispetto alle ragazzine i maschi raramente riferivano di aver imparato molto sul sesso dai loro genitori”.

In molti casi i genitori non parlavano né di sesso, né di sviluppo fisico, né di contraccezione coi figli maschi, e quando avviene “la comunicazione dei genitori coi loro figli maschi riguarda spesso la sicurezza e la contraccezione, poco gli aspetti più positivi della sessualità” come la masturbazione o i “sogni bagnati”. Ora ci si è accorti che "la mancanza di attenzione per i padri rappresenta una fondamentale occasione mancata per migliorare la salute sessuale e riproduttiva degli adolescenti”, afferma uno studio recente.

Il prezzo dell'assenza paterna
Ma la questione si complica col crescente fenomeno dell'assenza paterna: nella sua sfera intima e sessuale il bambino come può essere capito dalla madre? Una mamma non può comprendere la tempesta ormonale che sta vivendo il figlio, la sua prima eiaculazione notturna, l'ansia che gli procura la grandezza del suo pene, o addirittura una ritenzione ai testicoli o una fimosi nel caso di disturbi congeniti. Borelli ricorda che “la presenza del padre o di una figura maschile resta fondamentale, bisogna solo ricordare che gli uomini sono spesso più bravi nei gesti che nelle parole”.

Per i sessuologi come Vito Frugis è a causa dell'assenza dei padri che sempre più maschi cercano risposte altrove, a scuola, dagli amici, da fonti su internet, abusando peraltro della tecnologia e creandosi idee sbagliate. Il rischio è che si ritrovino privati di importanti strumenti per la loro crescita psicologica, oppure disarmati di fronte ad uno sviluppo, ed è un fatto che la scienza ha dimostrato di recente, sempre più precoce anche nei maschi (nelle femmine è noto da tempo che la prima mestruazione oggi avviene attorno ai 12,5 anni rispetto ai circa 15 dell’inizio del Novecento).

Siccome la “tempesta ormonale” rende i maschi più spericolati e violenti esponendoli a maggiori rischi (in inglese “accident hump”), il confronto dei dati sulla mortalità giovanile ha permesso di concludere che avere (biologicamente) diciotto anni oggi è come averne avuti ventidue nell'Ottocento. Le cause, inarrestabili, sembrano essere l'alimentazione e la qualità di vita. La complessità di questi fatti dovrebbe quindi indurre ogni singolo genitore ad una maggiore riflessione rispettosa di maschi e di femmine. Anche la scuola in tutto questo ha un compito fondamentale, perché educa i bambini e gli adolescenti, cioè gli adulti, le coppie e i genitori che saranno.