Vessazioni 24 ore su 24 con le nuove tecnologie

Ragazzi costantemente collegati e attaccabili
 
Corriere del Ticino, 04.02.2016
 
Il progetto «Sai del bullismo – Se sai, non fai» oltre alle formazioni nelle classi svolte dalle formatrici introduce nella scuola media anche il concetto di peer education per contrastare il bullismo e il cyberbullismo. Abbiamo incontrato Aline Esposito, docente e mediatrice presso Croce Rossa Svizzera, sezione del Sottoceneri, per parlare di bullismo e per conoscere le caratteristiche di questo nuovo approccio al problema.
 
Oggi si parla sempre di più di bullismo e di cyberbullismo. È un fenomeno in aumento? Oppure vi è solo una maggiore attenzione verso questo problema?
«Io credo entrambe le cose. C’è sicuramente maggiore attenzione da parte delle istituzioni e delle famiglie. La Rete però è stata una sorta di megafono di questo problema, ha permesso di ampliare il fenomeno e di renderlo maggiormente pubblico. Se una volta si subivano delle vessazioni in un determinato momento della giornata per esempio, e magari il fatto rimaneva rinchiuso tra poche persone senza essere raccontato dalla vittima, con Internet tutto viene amplificato e diffuso velocemente. Questa forma di aggressione devasta chi subisce l’atto di bullismo in maniera molto più veloce e senza pausa. Il cyberbullismo può avvenire 24 ore su 24, in teoria senza pausa, perché i ragazzi spesso sono sempre collegati. Uno dei primi segnali che può annunciare la presenza di un atto di bullismo, che nei nostri interventi spieghiamo ai genitori, può infatti essere quando un ragazzo o una ragazza di notte spegne il proprio telefonino. Se lo fa è per avere un momento di tranquillità e per allontanarsi da un problema, perché normalmente i ragazzi non spengono mai il cellulare, neanche di notte».
 
Chi deve agire nei confronti dei ragazzi per lottare contro il bullismo?
«Tutti. Deve esserci una rete di comunicazione. Noi infatti lavoriamo nelle classi, con i docenti, ma informiamo anche i genitori. A volte si può assistere ad una sorta di rinvio l’un l’altro delle responsabilità su chi debba avere il compito di sorvegliare, di valutare se si è davanti ad un atto di bullismo. Ma credo debba essere un discorso a tre, tra genitori, docenti e soprattutto con i ragazzi, a cui devono essere date delle competenze per riconoscere questo fenomeno e per insegnare loro come intervenire e soprattutto come evitare di mettersi nei guai».
 
Esistono delle soluzioni per arginare questo fenomeno? Quali strumenti hanno a disposizione gli adulti?
«La prevenzione innanzi tutto. E il dialogo. Bisogna sapere prevenire certi comportamenti, insegnare ai giovani che, per esempio, è sempre estremamente pericoloso inviare ad amici o amiche una propria foto in pose o atteggiamenti poco opportuni, in reggiseno o a seno nudo per esempio. Perché una volta inviata a qualcuno, di questa foto si perde assolutamente il controllo, ed è difficile sapere quale sarà l’uso che ne farà chi ne verrà in possesso. Queste immagini possono diventare un’arma di ricatto o di coercizione. Non solo, anche se non viene ricattata, una ragazza fa estremamente fatica a tornare a scuola quando tutti i suoi compagni hanno visto una foto così compromettente. Fondamentalmente i ragazzi sanno a che pericolo vanno incontro, ma la tentazione è più forte della paura. Bisogna quindi riuscire ad insegnare ai ragazzi la responsabilità di certe azioni. Insegnare loro a fare la scelta giusta. Inoltre, proprio recentemente, è stato stabilito che per legge non si possono conservare un certo tipo di immagini per esempio nel proprio telefono cellulare, anche se si tratta di foto di se stesso, perché comunque si cade nella pedopornografia e si rischiano conseguenze penali molto gravi. Sotto questo aspetto c’è ancora molta disinformazione tra i giovani, mentre al contrario i ragazzi conoscono molto bene l’uso dei social network o di certe applicazioni. L’uso che i ragazzi fanno dei social network è e deve essere per gli adulti un’occasione di dialogo, non un motivo di allontanamento».
 
In cosa consiste la peer education applicata al progetto Gopeer?
«L’idea della peer education è fondamentalmente quello di ufficializzare uno spazio o una comunicazione che normalmente avviene già nell’informale. Riconoscere quindi questo scambio di esperienze tra i giovani e dar loro uno spazio istituzionale all’interno dell’orario scolastico per favorire la prevenzione di temi specifici, come ad esempio il bullismo. L’intento quindi della peer education è anche quello di aiutare i ragazzi ad acquisire competenze in grado di metterli in condizioni di risolvere i problemi che incontrano a scuola e nella vita quotidiana, competenze quali la capacità di risoluzione dei problemi, lo sviluppo dell’empatia, la capacità di esprimersi in modo appropriato, il sentimento di efficacia personale e collettiva. Questo avviene formando i ragazzi che si offrono volontari per partecipare a tale progetto, come sta avvenendo in questo periodo nella scuola media di Pregassona, attraverso le competenze elaborate da noi operatori della Croce Rossa con l’apporto della SUPSI, in particolare con Leonardo Da Vinci, educatore sociale, docente e ricercatore presso la SUPSI appunto. Vengono quindi forniti ai ragazzi strumenti utili anche a livello pratico e didattico. Allo stesso tempo vengono formati anche un gruppo di docenti della scuola stessa, chiamato gruppo di supporto, su contenuti legati al bullismo e al cyberbullismo e sui metodi di intervento, per promuovere e sostenere gli interventi pensati dai ragazzi. Inoltre sono coinvolti e informati anche i genitori».
 
Che profilo ha il ragazzo che sceglie di iscriversi come peer educator?
«In realtà non esiste un profilo specifico. Da un lato sarebbe interessante che si proponessero dei ragazzi scolasticamente molto forti, proprio perché magari possiedono già certe competenze, certi requisiti, o anche perché già riconosciuti all’interno della classe come dei leader. Ma anche ragazzi che scolasticamente hanno qualche difficoltà, ma che comunque emergono ed anche loro sono considerati dei leader perché apprezzati a livello comportamentale, o ancora chi è considerato il figo della classe (per usare un termine giovanile), che possiede quindi un certo carisma. Una caratteristica che diventa utile in queste circostanze. Ma può anche essere il caso del ragazzino o della ragazzina timida ma che entrando a far parte di questo progetto prende, come dire, una certa rivalsa nei confronti della classe, perché assume un ruolo ufficializzato in cui esce dal gruppo. In certe situazioni diventa poi importante la formazione delle coppie a cui si affida il ruolo di peer educator, in quanto sarà importante creare delle coppie che funzionino, con ragazzi che abbiano delle personalità che in un certo senso si completino. Ci si può poi chiedere se non esista magari il rischio che chi si offre per partecipare al progetto peer education possa finire per essere preso in giro dal resto della classe. Dalle esperienze maturate in passato direi di no, di solito questi ragazzi vengono accettati. Anche chi sta dall’altra parte apprezza questo momento di scambio senza gli adulti; le classi si dimostrano, di solito, collaborative. Generalmente poi i peer educator devono avere almeno un anno i più dei ragazzi a cui si avvicinano, e questo contribuisce a dare loro anche un’autorevolezza in più».
 
Perché la peer education dovrebbe funzionare?
«Funziona perché i ragazzi sono parte delle stesso mondo. Perché i giovani, i coetanei, parlano la stessa lingua, sono più credibili in quanto hanno un patrimonio personale comune e vivono le stesse esperienze. Fondamentale è anche l’aspetto che raccontare un’esperienza ad un pari crea sicuramente meno ansia di deludere o di essere giudicati, quindi lo si fa con maggior facilità e spontaneità. Inoltre l’assenza di adulti durante gli interventi tra pari favorisce la libertà di espressione da parte dei ragazzi e si può stabilire un rapporto di maggiore alleanza e collaborazione tra ragazzi e adulti/esperti. Non esiste quindi un rapporto gerarchico e si crea al contrario un legame che crea una forma di alleanza, rafforzandosi l’uno con l’altro.
I peer educator possono, inoltre, diventare, col tempo, dei punti di riferimento importante nella sede a cui i coetanei possono riferirsi in caso di bisogno».
«Ai giovani si deve insegnare che è un rischio inviare ad amici o amiche una propria immagine in pose o in atteggiamenti poco opportuni»